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     Di siti su Roma, ne esistono molti e tutti di ottima fattura.
Questo sito ha però un motivo conduttore specifico: vuol essere una sorta di monografia sulla Roma del Papa re, un omaggio ad una Roma e ad una romanità che non cè più.
Per circa 15 secoli, i romani hanno convissuto con il predominio prima e con il potere poi, del papato, una monarchia teocratica che nella sua specificità non ha eguali nella storia occidentale.
Per una serie di eventi politico-militari, il popolo romano passa, quasi in modo "naturale", dalla latitanza dell'impero, ormai stabilitosi in oriente, alla predominanza spirituale e politica del Vescovo di Roma. Dalla fine dell'Impero romano, trascorreranno però molti secoli prima che il papa possa dirsi veramente padrone di Roma e dei romani; infatti fino a Nicolò V, a farla da padrone a Roma erano le grandi famiglie feudali in conflitto perpetuo per il dominio della città.
Con Nicoò V si può parlare di monarchia assoluta, una monarchia che identificava nella figura del papa non solo il Vicario di Cristo in terra ma anche il re.
Non per nulla, da questo periodo in avanti Pasquino inizierà a "parlare" e la sua satira mordace pungerà il potere papale fino al 1870, quando a Roma arriverà la libertà di parola del Regno d'Italia e quel foglietto appiccicato alla statua monca del Torso del Parione non avrà più ragion d'essere.

Pasquino è stato dunque per oltre quattro secoli una spina nel fianco di tutti i papi che, malgrado le severissime pene comminate, non riusciranno mai ad imbavagliarlo.
Pasquino è stata la "Voce di Roma", il portavoce del popolo romano.
Quel popolo che non ha mai smesso di sentirsi "sangue di Romolo" e che, se non poteva nulla contro i soprusi, le prevaricazioni, le vessazioni del potere papalino, almeno una cosa poteva farla: riderne.
Si dice dei romani (una razza in via d'estinzione che dovrebbe essere protetta) che nulla può scuoterli e meravigliarli, quasi che nel loro DNA siano racchiusi due millenni di storia in cui tutto è stato già visto e vissuto. Si dice che sia il popolo più miscredente e dissacratore proprio perché avendo tanto intimamente vissuto con il sacro, non sa più distinguerlo dal profano.
Pasquino però non è mai blasfemo, tutt'altro: se la pigliò con chi, del sacro, faceva mercimonio, ed in questo può dirsi in un certo senso, pio.
La sua lingua colpiva in modo lapidario, con quell'ironia feroce che è un capolavoro di sintesi, che va dritta come una stilettata a ferire i punti più vulnerabili, a svergognare i vizi, le debolezze, la doppiezza, l'ipocrisia, il malgoverno, la dissolutezza del potere, anche e soprattutto perché quel potere era rappresentato dal Vicario di Cristo in terra.
Ma attenzione: i romani non odiavano il papa: erano legati al papato con una sorta di amore necessario, quasi fosse per loro un male minore di altri che secolarmente avevano provato sulla propria pelle, una realtà che in un modo o nell'altro poneva ancora Roma al centro del mondo cristiano, pronti a difenderlo dai nemici esterni e altrettanto pronti a denigrarlo in casa loro.

É solo un piccolo contributo alla romanità, all'amore per questa città mille volte violentata che si ostina ad essere sempre e comunque la più bella del mondo. Sapendolo e fregandosene.





























































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