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PASQUINO - LA STORIA


PASQUINO, VOCE DI ROMA




  • CHI È PASQUINO?
  • PERCHÉ PASQUINO?
  • LA ROMA DEL TEMPO
  • LA STATUA
  • UNA VITA SECOLARE





  • CHI È PASQUINO?

        Ci sono varie ipotesi sull'origine del nome di Pasquino: chi dice che fosse il nome di un maestro, chi di un sarto, chi di un fabbro, chi di un calzolaio. Non lo sapremo mai con certezza, ma in fondo poco importa.
    Pasquino è l'anima di Roma, lo spirito, il "salis" e "l'acetum" del popolo romano. Pasquino esisteva ancor prima di esistere come statua parlante.
        Esisteva nell'arguzia, nella salace ironia di Orazio, di Marziale, di Giovenale, di Ovidio e di Catullo, nella satira, nello sfottò, nell'animus del popolo romano.
        Il Romano, erede dei dominatori del mondo, di nulla si meraviglia, di nulla si esalta, di nulla si stupisce ma riconduce tutto alla concretezza del panta rei, "tutto scorre", tutto passa, filtrato da quel realismo pragmatico senza il quale Roma non sarebbe mai diventata Caput mundi.
    Il popolano è scettico fino al cinismo, dissacratore e un po' canaglia, ma come fargliene una colpa?
    Spettatore e vittima dei misfatti del potere teocratico del papato, ingannato e disilluso proprio da quei rappresentanti di Cristo in terra che dovrebbero riscattare la sua miseria morale e matariale, animato da una fede bigotta ma mai fanatica, con chi se la dovrebbe prendere?
    Il potere temporale dei papi non è un potere come un altro: è un potere sacro e quindi la critica che ad esso si rivolge è ancor più forte perché dissacratoria e blasfema.
        Pasquino rischia grosso, ma consapevole della propria impotenza e non volendo rassegnarsi ad essa, usa la sola arma che possiede: l'ironia, la beffa, il ridicolo.
    Antesignano della libertà di stampa, è la voce beffdarda di questo popolo, la sua velenosa rivincita sulle angherie e sulle miserie a cui il potere papalino lo costringe.
    Non è una voce rivoluzionaria: Pasquino è un conservatore, rassegnato al peggio ma che si contenterebbe del meno peggio.
        L'idea rivoluzionaria non gli appartiene, tutt'al più la rivolta di piazza, ma nell'impossibilità di agire, c'è almeno la rivalsa della parola.
    Della parola che punge, che ferisce, che ammonisce, che fustiga, che sghignazza, che diffama e dissacra, che calunnia, che mette in piazza i segreti, che ridicolizza i potenti e i loro vizi.
    Insomma, Pasquino, per quattro secoli, è la "stampa d'opposizione" del papato.






    PERCHÉ PASQUINO?

        Il popolo romano, per la stragrande maggioranza analfabeta, non è stato certo l'autore materiale delle pasquinate, spesso scritte in latino o in versi poetici anche di raffinata fattura.
    Poco conta però chi ha fisicamente scritto i libelli: il Pasquino di turno non faceva che riportare sulla carta gli umori, i pettegolezzi, le frasi taglienti, le proteste, le battute fulminanti che venivano anche dalla gente della strada, dai vicoli, dalle botteghe, o... dalla curia.
        Gli autori delle pasquinate potevano essere studenti, letterati del calibro dell'Aretino e di Giovan Battista Marino, portaborse di cardinali papabili, curiali insoddisfatti o addirittura personaggi vicini alle alte sfere papali che avevano contrastanti interessi.
        Alcuni agivano addirittura "sotto protezione" di questo o quel cardinale che, per motivi personali o politici, voleva dar voce ai propri rancori; ma l'anonimato era sempre garantito per non incorrere nelle ire della giustizia, assai poco tenera con i "calunniatori" del potere.
    Tanto è vero che nel 1556 Nicolò Franco, riconosciuto colpevole di smotteggiare il papa, fu condannato alla forca da Pio V.
    Ma non per questo Pasquino fu messo a tacere.
        Sotto Benedetto XIII sono comminate la pena di morte, la confisca dei beni e l'infamia del nome "per chiunque, senza distinzionedi persone, clero compreso, scrive, stampa, diffonde ....libelli che abbiano carattere di pasquinate".
    Pasquino è sorvegliato a vista dalle guardie, ma non serve a nulla.






    LA ROMA DEL TEMPO

         Roma, nel Medioevo , era poco più che un paesone dove mucche, pecore e maiali si aggiravano liberamente per le strade e la popolazione, misera e miseranda, tirava a campare con rassegnazione cercando di sfruttare ogni spazio utile per il pascolo del bestiame.
        Il Campidoglio era diventato Monte Caprino, il Foro romano Campo vaccino e i borghesi arricchiti portavano cognomi come Bovi, Bovari, Vitelleschi, Porcari, Del Bufalo, Mazzabufali.
        Case e casupole costruite disordinatamente fra ruderi romani, strade melmose, popolazione ridotta all'osso da carestie, fughe verso la campagna, epidemie, avevano fatto definire Roma Terra dei morti dai pellegrini che la visitavano.
        Con l'avvento di Sisto IV inizia uno "sventramento" della città e l'avvio di un piano regolatore che vede la demolizione di molti edifici fatiscenti per far posto a strade larghe e ben percorribili.
    Vengono incentivate le costruzioni e il ripopolamento: coloro che costruiranno case nella città, ne diventeranno proprietari.
         Ne approfittano i cardinali, classe emergente che si stava arricchendo con la vendita delle indulgenze, i balzelli e le decime, per costruirvi le dimore di famiglia: i Borgia, gli Sforza, i Nardini, i Carafa, gareggiano nel costruire i palazzi più sontuosi e inizia a sorgere la Roma rinascimentale.
        L'esempio dei cardinali è subito seguito dalla classe curiale, dai banchieri, da uomini d'affari stabilitisi a Roma, e da tutti coloro che intendono esibire ricchezza e potere nell'ambito della corte pontificia.
    In questo contesto avviene il saccheggio dei reperti romani, opere ambite e contese che vengono strappate dalla terra per farne oggetto di vanto dentro e fuori le abitazioni. Salvo poi usare i blocchi di marmo degli edifici romani come materiale da costruzione per risparmiare sulle spese.






    LA STATUA



        Quel torso di marmo era incastonato nella strada e serviva ai viandanti da passerella per non sporcarsi con il fango quando pioveva.
        A fargli rivedere la luce fu il cardinal Oliviero Carafa che aveva acquistato dagli Orsini l'edificio dove ora sorge Palazzo Braschi e voleva risistemare la piazzetta antistante perché fosse degna della sua magione.
        Egli fece collocare la statua a decoro della piazzetta, su un basamento di travertino e vi fece scolpire il suo stemma con la scritta:
    "OLIVIERII CARAFAE BENEFICIO SUM. ANNO SALUTIS MDI".
    E lì si trova ancor oggi.
        Si tratta del frammento di un antico gruppo statuario, copia di un celebre originale greco del III sec. a.C. raffigurante "Menelao che sorregge il corpo di Patroclo".






    UNA VITA SECOLARE

        Ma come mai nessun papa ha mai osato eliminare Pasquino? Semplice: Pasquino è in simbiosi col potere temporale dei papi, sono complementari l'uno all'altro: come potrebbe, un papa, disfarsi dell'emblema del popolo romano?
        Ci provò Adriano VI, il papa inglese, che non tollerava la voce critica di un pezzo di marmo sgrugnato. Ordinò che la statua fosse gettata nel Tevere, polverizzata, distrutta.
    Uno dei suoi consiglieri lo distolse, per fortuna, da tale decisione dicendogli che se avesse annegato Pasquino, questi si sarebbe fatto sentire più forte delle ranocchie dal fondo del fiume.
    Perciò c'è stata una tacita tolleranza; il popolo, sfogandosi in questo modo, tutto sommato innocuo, non ne avrebbe pensati altri più pericolosi.
        Qualche papa tentò di imbavagliarlo facendolo sorvegliare da guardie armate, ma dovette desistere perché le pasquinate si moltiplicarono ovunque a causa di quella decisione impopolare.
    Tanto più che Pasquino non discute il sistema, lo interpreta, lo critica, lo assolve, lo lapida a seconda dei momenti, ma la sua sorte è talmente legata al papato che quando Roma diventa "piemontese" tace per sempre.
        Pasquino, con i suoi libelli, scrive una storia parallela lunga quattro secoli, che si affianca a quella accademica e spesso ne svela le pieghe nascoste in modo più veritiero e credibile di quello che ci tramandano gli atti e i documenti ufficiali.

    Quando i bersaglieri entrano a Porta Pia, Pasquino perde il suo antagonista: il Papa Re e ciò che dice dopo il 1870, non fa più storia. I "forastieri" non possono capire.


     


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