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PASQUINO - GLI ARGUTI |
GLI ARGUTI
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GLI ARGUTI
MARFORIO
ABATE LUIGI
MADAMA LUCREZIA
IL FACCHINO
IL BABUINO
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IL CONGRESSO DEGLI ARGUTI
Durante gli scavi per le fondamenta di palazzi gentilizi, nella Roma papalina, era frequente che si trovassero resti della città sottostante; i migliori venivano accaparrati dai committenti del lavoro per ornare case, palazzi e chiese, strade.
Accadde così che alcune statue monche o pezzi di esse, forse non parendo degne delle fastose dimore di patrizi e cardinali, venissero collocate per le vie di Roma e furono assunte dal popolo come "statue parlanti".
Furono battezzate Pasquino, Marforio, Babuino, Abate Luigi, Madama Lucrezia, nomi di cui è incerta la derivazione, ma tra di esse la più celebre e celebrata è senza dubbio quella di Pasquino, il torso del Parione posto al cantone di Palazzo Braschi.
Questo gruppo di statue parlanti venne soprannominato "Il Congresso degli arguti".
MARFORIO
E' una grande statua di marmo sdraiata che risale al I secolo, attualmente collocata nel cortile dei Musei Capitolini. Poteva rappresentare il fiume Tevere o Giove panario (dai pani scolpiti sul fondo del letto).
E' stato l'interlocutore preferito di Pasquino.
ABATE LUIGI
Presso Palazzo Vidoni c'è una statua marmorea mutilata e monca rappresentante un antico personaggio togato.
Un tempo aveva la testa, che ora ha perso, e pare che sia stata così chiamata per la somiglianza ad un deforme e ridicolo sagrestano della vicina Chiesa del Sudario. E' di epoca tardo - romana, raffigurante forse un console, un magistrato o un oratore.
Le vicende dell'Abate Luigi sono sintetizzate nei versi di Giuseppe Tomasetti incisi sulla base della statua:
Fui dell'antica Roma un cittadino
ora Abate Luigi ognun mi chiama,
conquistai con Marforio e con Pasquino
dalla satira urbana eterna fama;
ebbi offese, disgrazie e sepoltura,
ma qui vita novella e alfin sicura.
MADAMA LUCREZIA
Unica presenza femminile nella "congrega degli arguti", come era denominata la famiglia delle statue parlanti.
Si trova a lato della Chiesa di San Marco, a Piazza Venezia.
E' un enorme busto di donna piuttosto mal ridotto. Per qualcuno rappresenterebbe la dea Iside, per altri l'imperatrice Faustina.
Forse il suo nome è dovuto al fatto che fu donato dal cardinal Pietro Barbo a Lucrezia d'Alagno, amante di Alfonso d'Aragona re di Napoli. Dopo la morte del re, Lucrezia venne ad abitare a Roma proprio accanto alla Chiesa di San Marco e lì fu collocato il busto.
Era uSanza a Roma, che gli uomini che passavano davanti a Madama Lucrezia si togliessero il cappello in segno di rispetto mentre
i ragazzi e le ragazze l'addobbavano ogni primo maggio con nastri colorati e trecce d'aglio truccandola come una gran dama.
IL FACCHINO
Si tratta della fontana all'angolo di via Lata con il Corso , addossata al palazzo De Carolis (oggi Banca di Roma) rappresentante un acquarolo con un barilotto da cui sgorga l'acqua. La scultura viene atribuita a Jacopo del Conte, eseguita tra il 1587-88.
Quando stava ancora a via del Corso, un'iscrizione la dedicava ad un certo Abbondio Rizio, famoso per le sue bevute (non certo di acqua) di mestiere facchino e da qui il nome della statua della fontana.
L'iscrizione diceva:
"Ad Abbondio Rizio, coronato sul pubblico marciapiede, espertissimo nel legare e soprallegare i fardelli, il quale portò quanto peso volle, visse quanto poté, ma un giorno, mentre portava un barile di vino in spalla e un altro in corpo, morì senza volerlo."
IL BABUINO
E' la statua di un vecchio sileno che potrebbe rappresentare una divinità sabina.
Fu Gregorio XIII nel 1576 a farlo addossare al palazzo di Via del Babuino (civico 51) dove ancor oggi è visibile, strada che da esso ha preso il nome.
La statua era (ed è) così brutta e deforme, che il popolo la definì subito "er babuino", assimilando le sembianze del sileno a quelle di una scimmia.
Il Cardinal Dezza, che abitava nei pressi, forse piuttosto miope, aveva scambiato la statua per un'edicola sacra e ogni volta che ci passava davanti, si toglieva il cappello e si chinava devotamente.
Questa stranezza fu notata dalla gente che cominciò a rivolgere alla statua lazzi e sberleffi finché assurse anch'essa a dignità di "statua parlante".
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