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219 - CLEMENTE VII



Toscano n. 1478 1534
Pontificato 1523 - 1534
Nome: Giulio de' Medici

Cugino di Leone X, figlio di quel Giuliano rimasto ucciso nella congiura dei Pazzi.
Nello scontro fra Impero germanico e Francia, Clemente si schierò con quest'ultima ma fece male la sua scelta perché Francesco I fu sconfitto a Pavia da Carlo V. Allora il papa mutò alleanze, ma dopo vari tentennamenti tornò ad unirsi alla Francia e a Venezia contro l'imperatore, malgrado questi gli avesse proposto una pace separata.
A questo punto Carlo V ne ebbe abbastanza e per rispondere alle manovre ambigue di Clemente, spedì a Roma i Lanzichenecchi.
Nel 1527 Roma subì uno dei più tremendi saccheggi della sua storia.
Clemente, asserragliato in Castel Sant'angelo, cercava di resistere all'assedio mentre la soldataglia devastava la città e massacrava la popolazione e mandando distrutte un'infinità di opere d'arte.
Castel Sant'Angelo cadde nelle mani degli assedianti e il papa fu tenuto prigioniero per 7 mesi finché, corrompendo le guardie imperiali, riuscì, travestito da mercante, a fuggire dal castello attraverso il Passetto e riparò prima ad Orvieto poi a Viterbo.
Quando tornò a Roma, l'anno dopo, trovò una città devastata e spopolata dalla pestilenza che avevano portato i Lanzi.
Con la "Pace delle due dame", nel 1529, cessava la guerra tra la Francia e l'Impero Germanico: i Medici tornavano a Firenze e il papa combinava un matrimonio detto "dei due bastardi", tra la figlia illegittima di Carlo V, l'infanta Margherita, e suo "nipote" (ma pubblicamente detto "figlio del papa")Lorenzo Duca d'Urbino.
Clemente coronava Carlo imperatore e fu l'ultima incoronazione fatta da un papa.
Le devastazioni cadute su Roma e sul papato erano da molti considerate la giusta punizione divina di fronte alla corruzione ed al malcustume che ormai da troppi anni albergavano in seno alla Chiesa di Roma, contrariamente al rigore morale ed alla costumatezza che il protestantesimo, sempre più dilagante, aveva imposto ai suoi fedeli.
Malgrado il riavvicinamento all'impero, Clemente continuò a fare la politica ambigua del doppio gioco, e questa politica contraria al re cattolicissimo non giovò certo a debellare il protestantesimo che, al contrario, ebbe la sua vittoria con la Pace di Augusta in cui il luteranesimo diveniva religione di stato.
A questo scisma si aggiunse poco dopo quello inglese di Enrico VIII con la costituzione della Chiesa anglicana e in tal modo il papato perse il controllo di una buona parte dell'Europa.
Così Pasquino commentò il regno di Clemente VII:

Te regnante su questa afflitta Roma,
onde fiamme, ruina e pestilenza
si rovesciaron sì che l'ebber doma.
Eppur né di clemenza o d'inclemenza
nume t'appellerò, che in te l'averno
delle Erinni ha raccolto ogni potenza.
Vuoi ch'io ti nomi? Ebbene, in te discerno
rapina, incendio, inondazione e peste
di Roma: onde su te fia obbrobrio eterno.

Nell'ultimo periodo del suo regno si dedicò a risanare, per quel che poteva, le finanze del papato indicendo anche il giubileo del 1525, malgrado ormai le indulgenze fossero malfamate e vituperate, ma tra tanti malanni riuscì a trovare anche le risorse per continuare la fabbrica di San Pietro, per ampliare la Biblioteca vaticana e per dare a Michelangelo l'incarico di affrescare la parete di fondo della Cappella Sistina col Giudizio universale.























































 


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