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BIOGRAFIE |

157 - GREGORIO VII

Soana (Toscana) n. 1020ca. - m. 1085
Pontificato 1073 - 1085
Nome: Ildebrando Aldobrandeschi
Ildebrando giunse a Roma fanciullo e per intervento di Giovanni Graziano, arciprete di San Giovanni a Porta Latina.
Pur appartenendo ad una famiglia modesta, riuscì ad entrare nel Patriarchio ricevendovi un'educazione di prim'ordine accanto ai rampolli delle famiglie più aristocratiche della città.
Passò quindi al monastero di Santa Maria sull'Aventino.
L'arciprete Graziano, divenuto papa col nome di Gregorio VI, prese accanto a sé il giovane Ildebrando quale cappellano.
Coinvolto nelle lotte con il potere imperiale, fu lontano da Roma fino al 1050, quando vi rientrò al seguito di Leone IX, e da allora non se ne allontanò più.
Entrato a far parte della Curia con Vittore II, divenne talmente potente che durante il pontificato di Niccolò II e Alessandro II fu chiamato il Dominus papae.
Fin da allora lavorò per la separazione del clero e del potere papale da quello imperiale, riforma che vide istituire il collegio cardinalizio per l'elezione del papa con le regole ancora vigenti.
Nel 1074 convocò il suo primo concilio nel quale venne deciso che tutti i prelati nominati per simonia fossero da considerarsi fuori dalla Chiesa così come i preti ammogliati.
L'imperatore Enrico IV si impegnò a restituire i beni incamerati con le nomine vescovili, ma l'alto clero tedesco non fu dello stesso parere e si mobilitò contro Gregorio.
Il papa convocò un altro concilio nel 1075 con il quale sospese i vescovi ribelli, diffidò Enrico dal procedere a nomine vescovili pena la scomunica e ne stabilì i canoni nel Dictatus papae.
Questo documento fu un atto di supremazia della Chiesa su ogni potere temporale e si basò appunto sul famoso falso del Constitutum Constantini.
Iniziò la "Lotta per le investiture" fra impero e papato.
Infatti Enrico IV non se ne diede per inteso e continuò a concedere investiture vescovili dietro compenso, finché Gregorio nel 1076 convocò a Roma un concilio con il quale scomunicò l'imperatore.
Non tutto il clero italiano era dalla parte del papa, cosicché alcuni ecclesiastici ordirono una congiura per toglierlo di mezzo. La notte di natale del 1075, il prefetto Cencio entrò in Santa Maria Maggiore dove Gregorio stava celebrando messa, arrivò all'altare e qui lo aggredì.
Ferito e trascinato prigioniero in una torre, Gregorio fu liberato dal popolo e condotto solennemente in Santa Maria Maggiore dove finì di celebrare la messa interrotta.
Nel 1076 Gregorio invitò a Roma Enrico IV per discolparsi e per tutta risposta l'imperatore convocò un'assemblea di principi e di vescovi per mettere sotto accusa il papa dichiarandolo indegno del soglio pontificio e formulando una dichiarazione di disobbedienza che venne sottoscritta non solo dai vescovi tedeschi ma anche da quelli lombardi.
Gregorio convocò un altro concilio e lanciò un'altra solenne scomunica che questa volta ebbe effetto. Infatti alcuni principi tedeschi ostili, approfittando della situazione, si ribellarono ad Enrico che sentì il suo trono minacciato.
Con un repentino ripensamento decise che l'unica alternativa ad una guerra civile era il perdono papale e scese in Italia con un esercito.
Gregorio, non conoscendo le intenzioni dell'imperatore si rifugiò a Canossa, presso la sua fedele alleata Matilde. E' noto come andarono le cose.
Siamo a Gennaio del 1077, un inverno particolarmente rigido. L'imperatore Enrico IV, vestito di un saio lacero, bussa alla porta del castello. Il papa lo farà aspettare per ben 3 giorni al gelo prima di dargli udienza e solo su insistenza di Matilde.
Enrico si inginocchia davanti al papa e ne implora il perdono. Il sovrano si riconosce colpevole di tutto e accetta tutti i canoni del Dictatus papae. Gregorio lo perdona, ritira la scomunica e lo riammette nel grembo della Chiesa.
Appena tornato in Germania, Enrico si trova nel bel mezzo di un colpo di stato; sconfigge in battaglia l'usurpatore Rodolfo e si sente di nuovo sicuro in sella. A questo punto torna alle antiche abitudini e Gregorio lo scomunica nuovamente.
Enrico IV questa volta si sentì più forte avendo sconfitto i suoi nemici interni: convocò un concilio nel quale vengono rivolte pesantissime accuse al papa che viene destituito e nominato al suo posto l'arcivescovo di Ravenna Guiberto con il nome di Clemente III (antipapa).
Enrico scese a Roma per ben 3 volte, e nel nel 1083 fece consacrare solennemente Clemente III in San giovanni in Laterano mentre il suo esercito saccheggiava la città.
Gregorio, asserragliato a Castel Sant'Angelo, chiese aiuto ai Normanni che però tardarono ad arrivare e quando finalmente arrivarono, poterono entrare a Roma grazie alla complicità dei Frangipane e dei Pierleoni che avevano loro aperto la Porta San Lorenzo.
Lo scontro fu terrificante specie per la popolazione e la città che conobbero uno dei peggiori saccheggi. La devastazione e gli incendi effettuati dai Normanni e dai tedeschi di Enrico distrussero gran parte della Roma antica ancora intatta.
Enrico abbandonò Roma mentre Clemente III si fermò a Tivoli.
Alla fine dello scontro, la città era ridotta ad un cumulo di macerie fumanti con una popolazione atterrita dalle violenze subite
Il disastro fu attribuito dai romani a Gregorio che fu costretto, praticamente prigioniero, a rifugiarsi presso Roberto il Guiscardo a Salerno, dove morì.
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