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PAPATO - ERESIE |

ANTICHITÁ - 2
L'ARIANESIMO
Verso il 320 Ario, prete di Alessandria, diffuse una dottrina sulla Trinità che scatenò la polemica.
Un concilio di vescovi egiziani lo condannò, segnando l'inizio della crisi ariana, grande evento storico e religioso del IV secolo. Quando Ario scese in campo, il pensiero cristiano aveva già elaborato varie tendenze tra le quali l'ortodossia avrebbe tentato di definire un indirizzo intermedio.
Gli studiosi moderni designano con il nome di adoaionismo la tendenza che faceva del Cristo un semplice essere umano adottato come proprio figlio da Dio e i rilettori degli eresiologi l'hanno interpretata quale ideologia giudaizzante collegata all'ebionismo. Solo nel II secolo questa tendenza venne condannata come eretica dal vescovo Vittore a Roma; tuttavia non scomparve e a quanto sembra venne ulteriormente elaborata da Paolo di Samosata.
Al contrario, il monarchianismo (da monos e archè: un solo principio) poneva l'accento innanzitutto sull'unità di Dio, concezione che dai moderni fu chiamata modalismo perché stando a essa il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo non sono che "modalità" dell'azione di Dio e non costituiscono realtà indipendenti. Respinta dall'ortodossia con il nome di patripassianismo, la tendenza fu diffusa inizialmente da Noeto di Smirne, da Praxeas e poi da Sabellio, donde il nome di sabelliani dato ai suoi discepoli e di sabellianismo alla dottrina.
Una terza, complessa tendenza tentò di articolare le tre persone in Dio; ma ammettere una rigorosa eguaglianza tra il Padre e il Figlio equivaleva a porre il problema dell'unità di Dio. Da questa diatriba nacquero le tendenze o le accuse di diteismo (due dei) e di triteismo (tre dei). Si poteva però anche optare per la semplice soluzione dell'ineguaglianza tra il Padre e il Figlio; il subordinatismo ammetteva che il Verbo è Dio, ma meno di Dio Padre, che è il solo Principio. Tendenza, questa, che fece la propria comparsa nel II secolo quale teologia sapienziale, ma ancora incerta, con Ippolito di Roma, Origene e le speculazioni elaborate ad Alessandria.
Prendendo le mosse dalla dottrina trinitaria origeniana tradizionale, Ario radicalizzò la propria tendenza subordinatista: solo il Padre è agen(n)etos (increato e ingenerato); il Padre non può avere né uguale né consustanziale, il Verbo è il primogenito di tutte le creature, la potenza del Padre l'ha creato dal nulla per affidargli l'opera della Creazione. Ario voleva salvaguardare un rigido monoteismo, ma più di tipo filosofico che di tipo biblico.
Unico signore dell'impero, Costantino decise di convocare un concilio per risolvere la questione ariana che divideva i cristiani d'Oriente. Fu il primo concilio ecumenico di Nicea, che si riunì dal maggio al luglio 325.
Il "simbolo niceno" condannò le proposizioni ariane e definì il Figlio "vero Dio nato dal vero Dio", "generato e non creato, homoousios, consustanziale al Padre". Ma la pressione imperiale impose un'unanimità artificiale e, se occidentali e alessandrini accettarono senza difficoltà I'homoousios, che collocava al disopra di tutto l'unità del Padre e del Figlio, gli orientali videro nell'utilizzazione del termine ousia il risorgere della tentazione sabelliana.
La crisi ariana riprese vigore, trasformandosi in una vera e propria guerra di religione nella quale si mescolavano istanze religiose e politiche, legate alle decisioni imperiali e al ruolo delle grandi sedi apostoliche. Ezio e poi Eunomio sistematizzarono la tesi dell'arianesimo radicale, donde il nome di anomeisti e anomeismo perché consideravano il Figlio completamente diverso (anomoios) dal Padre. L'estrema reazione a questa tendenza fu rappresentata dagli omoiousiani, per i quali il Figlio era assolutamente simile al Padre secondo la sostanza (homoiousios).
L'imperatore Costanzo si fece sostenitore, cercando di imporla, di una nuova formula capace di sintetizzare le diverse tendenze: il termine ousia venne proscritto e il Figlio definito come simile (homoios) al Padre in tutte le cose e secondo le Scritture. I partigiani di questa formula sono detti omeisti.
L'opera di Basilio di Cesarea, che tentò di superare le vicendevoli incomprensioni alla ricerca di una formula suscettibile di conciliare I'homoouslos niceno e la dottrina trinitaria delle tre ipostasi, finì per dar frutto. Con l'editto di Tessalonica del 380, l'imperatore Teodosio impose a tutti i sudditi l'ortodossia nicena e il secondo concilio ecumenico di Costantinopoli del 381, riprendendo il "simbolo niceno", mise fine al dibattito. Prese così formala dottrina tradizionale della Trinità.
Ma le dispute cristologiche, già in germe nelle controversie, ben presto infransero questa unità dogmatica. L'arianesimo sopravvisse in Oriente sino alla fine del V secolo; in Occidente, il goto Ulfila trasmise ai barbari la fede cristiana nella forma dell'arianesimo radicale, che si perpetuò fino alla fine del VI secolo.
L'APOLLINARISMO
Apollinare di Laodicea e i suoi discepoli possono essere considerati monofisiti.
Opponendosi a certe polemiche antiariane che attribuivano eccessiva importanza alla distinzione tra natura divina e natura umana, essi affermarono l'unità del Cristo, precisando che il Cristo aveva una sola natura, nel senso di natura concreta. Apollinare respingeva l'idea dell'esistenza nel Cristo di un'anima umana, perché questa funzione era svolta direttamente dal Verbo.
La dottrina venne condannata a Roma nel 377, ad Alessandria nel 378, ad Antiochia nel 379 e dal grande concilio di Costantinopoli nel 381; la condanna fu confermata da decreti imperiali. II movimento sopravvisse clandestinamente in Oriente sino alla ime del v secolo.
IL NESTORLANESIMO
Nestorio, monaco di Alessandria, chiamato dall'imperatore Teodosio II al patriarcato di Costantinopoli, si rifiutò di definire Maria madre di Dio (theotokos) perché vedeva in essa null'altro chela madre di Cristo.
Cirillo di Alessandria, rendendosi conto che la dottrina metteva in forse l'unità della persona del Cristo, reagì riprendendo la formula della dottrina di Apollinare, "una sola natura nel Verbo incarnato", credendo che fosse di Atanasio; in tal modo aprì le vie che avrebbero connesso il monofisismo alle intuizioni di Apollinare.
La dottrina di Nestorio venne condannata, in una situazione assai confusa, dal concilio di Efeso nel 431.
Esiliato nella grande oasi d'Egitto, il Fayyum, Nestorio morì nel 451.
La sua dottrina gli sopravvisse grazie al fatto che cinquant'anni più tardi fu accolta dalla Chiesa persiana, che per questo venne chiamata nestoriana.
IL MONOFISISMO
Dal greco monos (uno solo) e physis (natura), termine generico designante, nel quadro delle discussioni relative alla divinità e all'umanità del Cristo, una corrente dottrinale complessa che rifiutava la definizione imposta dal concilio ecumenico di Calcedonia nel 451.
Verso il 445, a Costantinopoli il monaco Eutiche insegnò una dottrina che prendeva le mosse dalla formula apollinarista e cirilliana, "una sola natura nel Cristo", la quale portava a respingere l'idea che Gesù, consustanziale a Dio, potesse essere consustanziale agli uomini secondo la natura umana.
La condanna di Eutiche da parte di un sinodo a Costantinopoli nel 448 suscitò violente reazioni. Dopo il "brigantaggio di Efeso" nel 449, solo al concilio di Calcedonia nel 451l'ortodossia fece definitivamente proprio il vocabolario delle due nature, riprendendendo nell'essenziale i termini del Tomo indirizzato due anni prima al vescovo Flaviano da papa Leone Magno. L'ortodossia proclamò che il Verbo, figlio unico di Dio, nato dalla Vergine Maria, è Dio e uomo in due nature che permangono senza confusione, cambiamento, divisione o separazione.
Lungi dal risolvere la contesa, il concilio di Calcedonia avviò una lunga crisi e una reazione assai complessa dei monofisiti. L'imperatore Giustiniano, desideroso di unità religiosa, per recuperare i monofisiti pronunciò la condanna dei Tre Capitoli (cioè gli scritti dei tre teologi Teodoro di Mopsuestia, Teodoreto di Ciro e Iba di Edessa) al concilio di Costantinopoli del 553.
Sfavorevolmente accolte in Occidente, queste decisioni non fecero che esasperare i risentimenti della Chiesa romana contro Bisanzio, senza d'altra parte causare il riavvicinamento dei monofisiti. Per Chiese monofisite, o non calcedoniane, ancora oggi si intendono le Chiese più o meno direttamente derivate dal rifiuto delle formulazioni del concilio di Calcedonia, che definiva l'unità della persona e la dualità delle nature nel Cristo.
IL PRISCILLIANISMO
Verso il 370-375, Priscilliano predicò una dottrina ascetica che ebbe grande successo in Spagna e nel sud della Gallia.
Le sue tematiche fondamentali avevano le caratteristiche di un encratismo rigoroso alimentato da una concezione negativa del mondo materiale. L'utilizzazione di scritti apocrifi di intenzione encratica fece sì che il movimento fosse sospettato di dualismo eretico.
Divenuto vescovo di Avita (380-381), Priscilliano fu condannato dall'imperatore Graziano ed esiliato. Un concilio di vescovi a Bordeaux lo condannò nuovamente; sottoposto a tortura, Priscilliano confessò crimini di stregoneria e magia e venne messo a morte nel 385 0 386. Nonostante la condanna del concilio di Toledo nel 400, il movimento conferì l'aureola del martirio al suo promotore e conservò piena vitalità. Solo nel VII secolo il ricordo di Priscilliano si eclissò.
IL PELAGIANESIMO
Monaco originario della Gran Bretagna, Pelagio si fece iniziatore a Roma, nel 390, di un movimento ascetico. Moralista mirante al progresso spirituale, Pelagio insisteva sull'azione dell'uomo, accentuando la forza del libero arbitrio a scapito della grazia divina.
Fu Rufmo a introdurre, nella cerchia pelagiana, tesi propriamente teologiche. Celestino, uno dei suoi discepoli, provocò reazioni a Cartagine e venne condannato nel 411 dal concilio di quella città.
Chiamato a spiegarsi davanti al sinodo di Diospoli nel 415, Pelagio venne dichiarato in comunione con la Chiesa universale; ma il concilio di Cartagine del 418, e quindi i decreti imperiali, condannarono i pelagiani.
Giuliano, vescovo d'Eclane, assunse la difesa dell'eresia condannata, in polemica con Agostino; il concilio di Efeso del 431 condannò ufficialmente il pelagianesimo i cui seguaci si diedero alla clandestinità.
IL SEMIPELAGIANESIMO
L'uso di questo termine si generalizzò nel XVII secolo per designare un movimento teologico sviluppatosi nel V secolo in Gallia attorno a maestri provenzali e marsigliesi; si differenziava dal pensiero di sant'Agostino sul problema della grazia e della salvezza. Fu condannato solennemente al secondo concilio d'Orange nel 529.
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