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UNO SCHELETRO IN LATRINA



      Nel 1936 furono eseguiti dei restauri alla famosa Taverna dell'Orso dove alloggiò anche Dante, ambasciatore di Firenze a Roma.
Durante lo sfondamento della caditoia (latrina pensile) murata da anni, fu trovato uno scheletro d'ignoto, probabilmente di un ragazzo.






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      Dal "Breviario Storico di Bassano"

      Nella sala XII del Museo napoleonico è conservato un disegno di Achille Pinelli: Tragedia in casa di Luciano.
Dietro questo disegno c'è un fatto, o meglio, un "fattaccio" che ha per protagonista Gerolamo Bonaparte fratello di Napoleone che per un certo periodo abitò nella casa di un altro fratello, Luciano, in via Condotti.
Sembra dunque che Gerolamo arrivò a Roma con un figlio lattante chiamato Napoleone come il grande zio, e una balia che però rimase subito in cinta e non poté più allattare il piccolo.
Gliene dovettero quindi trovare un'altra, una certa Teresa Chimenti.
Una sera Teresa scomparve e siccome il lattante reclamava a gran voce il suo pasto, le ricerce si fecero affannose.
Fu trovata in una stanza della casa assieme al marito venticinquenne Vincenzo: entrambi giacevano in un lago di sangue.
Vincenzo, dopo aver tagliato la gola a Teresa, si era conficcato il coltello nel petto; un biglietto nella sua mano spiegava il motivo di questa tragedia; il gesto estremo era stato compiuto perché, a quanto pareva, la donna si era "fatta togliere l'onore da Girolamo Bonaparte per una vile moneta di scudi sette e bajocchi quaranta".






LA PRIMA PAROLACCIA

     Nella Basilica sotterranea di San Clemente c'è un affresco risalente al 1080.
Vi si racconta del nobile Sisinnio, uomo assai geloso e testardo che, insospettito dalle frequenti uscite di sua moglie, l'aveva seguita ignorando che la donna non andava dall'amante bensì, essendosi convertita, si recava alle adunanze dei cristiani.
San Clemente sta celebrando la messa e uno schiavo invita l'intruso ad uscire dalla chiesa, ma questi non ne vuol sapere. Allora Clemente adirato per la mancanza di rispetto, lo rende cieco e sordo.
Pentito da tanta severità, Clemente decide di riparare e si reca nella casa di Sisinnio per risanarlo, ma il nobile, ormai sospettoso, ordina ai servi di trascinare fuori il santo.
Questi allora si trasforma in un masso e i tre servitori non ce la fanno a trasportarlo.
Ecco che Sisinnio li incitaTraite fili de puta! Traite! e questa scritta è ancora leggibile sull'afresco.
Come finisce la storia? Naturalmente anche Sisinnio si convertì e divenne uno zelante cristiano.
L'espressione "Fili de puta" resterà in perpetuo nel linguaggio dei romani.






S.P.Q.R.

      Di questa sigla i Romani hanno proposto diverse interpretazioni. Sentiamo quella del Belli:

Quell'esse, pe, qu, erre, inarberate
sur portone de guasi ogni palazzo,
quelle so' quattro lettere der cazzo,
che nun vonno di' gnente compitate.

M'aricordo però che da regazzo
quanno leggevo a forza de frustate,
me le trovavo sempre appiccicate
drent'in dell'abbeccé tutte in un mazzo.

Un giorno arfine, me te venne l'estro
de dimannanne un po' la spiegazzione
a don Furgenzio ch'era er mi' maestro.

Ecco che m'arispose don Furgenzio:
- Ste lettre vonno di', sor zomarone,
"soli preti qui regneno": e silenzio!-






LA PRIMA STAMPERIA

      Regnante Paolo II, uscì a Roma il primo libro stampato.
Fu proprio il famigerato inquisitore spagnolo Torquemada ad intercedere perché il tedesco Ulrico Halin aprisse a Roma una tipografia, nel 1465.
I locali gli vennero dati dal principe Massimo che mise a disposizione le stanze a pianterreno del suo palazzo alla Posta Vecchia.
Quel libro era intitolato "Le lettere familiari di Cicerone."






TRE PER VOLTA

      Una superstizione (spesso purtroppo confermata) vuole che gli aerei cadano a tre per volta, in un breve spazio di tempo.
Un'altra simile è riferita ai cardinali ed è chiamata la "terna": i cardinali muoiono a tre a tre e le cronache dicono che si è sempre avverata.
Si dice che alla morte del terzo, i cardinali che presiedono alla cerimonia funebre tirino un sospiro di sollievo mormorando: "... e tre!"






LA VENDETTA DI MICHELANGELO





Messer Biagio da Cesena, Mastro di cerimonie di Paolo III, ebbe un giorno a commentare il Giudizio Universale della Cappella Sistina, presente Michelangelo.
Disse Messer Biagio, che quella pittura era più degna di un albergo che di una cappella.
Michelangelo, offeso, cercò uno spazio ancora libero nell'affresco per mettere in opera la sua vendetta.
Osservando l'ultimo gruppo del Giudizio Universale, si nota un dannato quanto mai orripilante, con le orecchie asinine, spinto dai demoni dentro le fiamme con un serpente che lo avvinghia e lo morde.
Ecco, immortalato per i posteri, Messer Biagio da Cesena.
Questi si andò a lamentare con Paolo III il quale gli rispose: "Io ho potestà da Dio in cielo e in terra ma purtroppo la mia autorità non si estende fino all'inferno."






LE VOCI BIANCHE

      Il divieto per le donne di esibirsi in teatro aveva invalso l'uso dei "castrati", i cantanti che, privati sin da piccoli degli attributi virili, erano destinati al bel canto.
Incredibile a dirsi, l' operazione tanto delicata era eseguita dai "norcini", abitanti di Norcia in Umbria, noti per la lavorazione delle carni di maiale, che erano specializzati in questa mansione.
Un'usanza barbara, condannata da eminenti illuministi ma ampiamente tollerata, anzi favorita sotto molti aspetti, dalla Chiesa.
Scriveva il dottor Peter Lichtenthal nel 1826 alla voce Castrato del suo "Dizionario e bibliografia della musica":

Cantante di soprano o di contralto, il quale nella sua infanzia fu privato degli organi della generazione, affinché serbasse sempre una voce acuta di ragazzo, mentre in fatti la voce si conserva quale si trova al momento in cui vien fatta quella operazione.

     Le voci dei castrati suscitavano un effetto meraviglioso durante le esecuzioni di musica sacra, per cui il passo verso il melodramma fu breve. Di conseguenza il numero dei castrati aumentò a Roma in modo notevole e i più bravi e famosi divennero ricchi e corteggiati.
Non di rado erano i genitori stessi che offrivano i propri figli per denaro o per assicurare loro un futuro più agevole.
Prima di essere evirati, i ragazzi venivano condotti ad un Conservatorio per esaminarne le possibilità vocali.
L'operazione, come detto, veniva eseguita dai "norcini", specializzati non solo in questa operazione ma anche nell'estrazione dei calcoli vescicali, nell'operazione dell'ernia e della prostata.
A partire dal '600 i norcini si diffusero in tutta Italia e in mezza Europa per creare i cosiddetti "falsetti naturali".
L'operazione, come scriveva nel 1707 Charles Ancillon nel suo "Traité des Eunuques", si svolgeva in questo modo:

"Il bambino drogato con oppio, o altro narcotico, veniva messo in un bagno caldo, fino a che entrava in stato di insensibilità. Quindi venivano recisi i canali che arrivavano ai testicoli in modo che questi si atrofizzavano e finivano con lo scomparire.






FOGLIE DI FICO

      E' risaputo che durante il furore bigotto della Controriforma, anche per le opere d'arte venne l'ora della penitenza.
Pio IV fece imbraghettare i nudi della Cappella Sistina da Daniele da Volterra (per questo passato alla storia col soprannome di "Braghettone") e via via si provvide ad evirare tutti i nudi scultorei esposti al pubblico applicando la fadidica foglia di fico.

     Ma che fine fecero i reperti?
Non furono distrutti, bensì conservati in una soffitta dove solo pochi "amatori" potevano visitarli, trovandosi davanti file interminabili di falli di tutte le fogge, i materiali e orientati in tutte le direzioni.
Un certo clamore suscitò l'episodio di un monsignore che, terminata la visita, malauguratamente inciampò per le scale; quale non fu lo stupore dei soccorritori quando videro ben 11 falli ruzzolare per i gradini insieme al monsignore!






ROMA 1799

     Così la descrive Pietro Carboni:
     "Il Colosseo, per fabbricar palazzi, la metà distrutto: vi albergavano carrettieri, vi pascolavano capre e cavalli. Il Foro era chiamato Campo Vaccino, per gran numero di buoi che vi scorrazzavano liberamente. Sotto gli archi di trionfo si contrattava il bestiame.
Lungo le vie che non avevan nome, né marciapiedi, né fanali, poche botteghe e meschine, con insegna di legno o di ferro…………Il Pincio era un orto di frati, a Villa Borghese passeggiavano prelati e dame. Nelle Carceri Nuove, era la sala della tortura, con tutti gli arnesi che resero esecrata l'inquisizione. Le vie ingombre di immondezze e di rottami.
Di notte, buio pesto; qua e là una lucerna sotto l'immagine di una Madonna: null'altro.
In mezzo a tante miserie, fra tanta copia di mali, il buon umore dei romani non venne mai meno, il sorriso motteggiatore brillò sul volto di quella gente affamata e demoralizzata."


I Francesi impongono tasse su tasse affamando un popolo già ridotto allo stremo.
Il 28 maggio, scrive il Sala:

     "...tutto a un tratto si è andato vociferando per Roma, che ne termine di poche ore bisognava spazzar la strada, ciascheduno davanti la propria casa, sotto pena di 5 pezzi duri. In un momento si son veduti i cittadini in moto per eseguire un tal ordine, che fu eseguito infatti, ma se n'è ben presto riconosciuta l'insussistenza, e si è detto che un bell'umore aveva voluto con ciò intendere che la repubblica sarebbe stata scopata fra breve tempo.

E alle porte della chiesa del Gesù, fu messo un cartello satirico del seguente tenore:

"Indulgenza plenaria il giorno della festa, a chi ammazzerà maggior numero di francesi e cisalpini, patrioti e giacobini."




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