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CURIOSITÁ - GIUSTIZIA |
BANDI DELLE PENE
I Bandi di Giustizia erano disposizioni penali con le quali i papi commutavano le pene per i vari reati.
Bestemmie
"Sebbene sia disdicevole e ripugnante all'uomo l'offender Dio colla Bestemmia, o nella persona di S.D.M. o de' Santi suoi, che non dovrebbe esser necessario di aversi a provvedere con alcuna legge umana: tuttavia.... desiderando Sua Eminenza por freno alla perversità di costoro ordina e dispone che se alcuno bestemmia, maledirà o in qualsivoglia modo disonestamente nominerà il Santissimo Nome di Dio o del suo Unigenito Figlio Nostro Redentore o della Santissima Madre Semprevergine o di qualsivoglia Santo o Santa ecc... si intende per la prima volta ipso facto incorso nella pena di tre tratti di corda in pubblico; per la seconda della pubblica frusta e per la terza della Galera per cinque anni ... e si crederà ad un testimonio degno di fede col detto dell'Accusatore ad arbitro del Giudice."
Violazioni di conventi di monache
"E perché alli luoghi sacri e particolarmente di monache si deve ogni rispetto, ordina S.E. e vuole, che se alcuno in qualsivoglia modo entrerà in qualche clausura di Monache senza la licenza, se sarà di notte incorrerà nella pena della vita, ancorché non avesse commesso delitto alcuno, nella qual pena incorreranno ancora i Mezzani, Ausiliatori e in qualsivoglia modo partecipi del fatto; e colla stessa pena della vita sarà punito chi entratovi di giorno vi si fermerà ed in qualsivoglia maniera di notte."
Baci in pubblico a donna onesta
"Chi violentemente bacierà o tenterà di baciare in pubblico alcuna donna onesta, ancorché non giunga effettivamente al bacio, ma solamente all'atto prossimo dell'amplesso o altro, cada nella pena della Galera in perpetuo da stendersi anche a quella della vita ad arbitrio di S.E. e della confiscazione dei beni."
Pena per i fornai che non facessere il pane buono e di giusto peso
"Volendo che i Fornai o altri venditori di pane i quali studiosamente non lo faranno di buona pasta e ben cotto e di giusto peso come si conviene, cadino in pena di tre tratti di corda e di scudi 10 per ciascuno da applicarsi la metàa Luoghi Pii e l'altra metà all'accusatore od esecutore ed in altre pene ad arbitrio del giudice."
Libelli famosi od ingiuriosi
"E perché è manifesto a tutti quanto siano gravi gli inconvenienti che accadono per i libelli famosi o ingiuriosi, volendo S.E. ovviare alli medesimi cogli opportuni rimedj, ordina e comanda che nessuna Persona ardisca di comporre, scrivere, attaccare, o far attaccare, distruibuisca o dia ad altri libelli famosi o pasquinate di qualsivoglia sorta, ancorché in detti libelli o pasquinate s'esponesse la verità....; o veramente di esemplare o ritenere simili pasquinate o libelli sotto pena in ciascun dei casi suddetti della vita, confiscazione dei beni e perpetua infamina, secondo la qualità delle persone o almeno della galera perpetua ad arbitrio di S.E."
IL CAVALLETTO

Un tratto dell'attuale via del Babuino si chiamava un tempo Via del Cavalletto perché in quella strada era sistemato lo strumento di tortura così chiamato.
Il colpevole (o presunto tale) veniva messo a cavalcioni su un cavalletto piuttosto affilato con dei pesi ai piedi in modo da rendere l'effetto più doloroso.
Il volume dei pesi era in proporzione alla gravità del reato che poteva essere anche di lievissima entità.
Poco più in là, all'angolo tra via del Corso e via della Frezza, era invece il supplizio della corda. La trave sulla quale veniva arrotolata la corda che dava "i tratti" al condannato, era fissata sulla prima finestra al secondo piano di Palazzo Pulieri.
LA DONNA BOIA
Un caso forse unico nella storia fu quello che si verificò nel 1731.
Era giunto il giorno in cui doveva essere eseguita la sentenza capitale per impiccaggione del feroce bandito Gentile Tonelli da Mondolfo ma per quanto si cercasse, non si riuscì a trovare né il boia né il suo assistente.
La moglie del boia si presentò allora a Monsignor Fiscale e dichiarò di essere disposta ad assolvere il compito al posto del marito il quale, non essendo stato avvertito dell'esecuzione, si era allontanato da Roma.
Monsignor Fiscale, per quanto la cosa non fosse proprio regolare, acconsentì allo scambio e la donna si accinse a preparare il patibolo e tutto il necessario per l'esecuzione.
Il giorno designato il monsignore chiamò la donna e le chiese se confermava la sua volontà di operare come boia, avvertendola che se l'esecuzione fosse riuscita male, la folla l'avrebbe fatta a pezzi.
La donna non si fece intimidire e confermò la sua volontà.
La cosa fu tenuta nascosta al popolo e quando la carretta giunse ai piedi del patibolo e la donna scese, vi fu un mormorio di stupore tra la folla.
La donna era tarchiata e robusta, spinse il condannato sotto la forca e gli annodò al collo prima la corda piccola poi quella più grossa, detta di soccorso.
Poi salì sulla scala in cima alla forca e repentinamente saltò sulle spalle del condannato e con un colpo di ginocchio gli spezzò l'osso del collo.
Compiuta l'esecuzione in modo "esemplare", la donna risalì sulla carretta per andare a riscuotere il compenso.
La folla si divise tra ammiratori e detrattori e come sempre finì in una zuffa generale che fu sedata a schioppettate dalle guardie pontificie.
DON GAETANO VOLPONI
Il giorno 3 febbraio 1720, essendo sabato ed entrando il carnevale, la giustizia di Sua Santità Clemente XI, per offrire al popolo romano un po' di svago, pensò bene di mandare a morte l'abate don Gaetano Volponi, reo di aver descritto con toni salaci la vita della corte pontificia.
L'abate, divenuto a 22 anni segretario del conte di Sisindof, gran Cancelliere dell'imperatore, dovendo inviare al suo padrone dei rapporti sulla situazione della Corte romana, commise la grande imprudenza di dar via libera al suo spirito satirico descrivendo in modo pungente ma del tutto veritiero la corte papale.
Una di queste relazioni capitò nelle mani dell'imperatore che ne restò inorridito al punto da consegnarlo all'autorità ecclesiastica. E per l'abate Volpini vcominciarono i guai. Fu arrestato insieme a parenti, vicini di casa e conoscenti.
Naturalmente fu condannato a morte e al punto di andare al patibolo fece questa considerazione:
"Gli eretici condannati dal Sant'uffizio per aver detto male di Dio, dopo aver fatto onorevole ammenda con pubblica abiura, vengono liberati. Io per aver detto male del papa vengo condannato a morte!"
EBREO E LADRO
Dalla "Cronaca di Roma" del Giornale di Foligno, A.D. 1695.
"Fu giustiziato giovedi nella piazza della Rotonda un garzone d'un fienarolo convinto d'haver commesso tre furti, cioè le lampade d'argento nella chiesa di S. Ignatio dei PP: Gesuiti, i candellieri d'argento nella chiesa di S. Antonio de Portoghesi, e sfasciamento d'un granaro, con rubbare tutto il grano, et un ebreo fu legato sotto le forche con cordicella al collo, che ne era uno dei complici acciò ne vedesse il spettacolo, perché hà sostenuto la corda con la repetita per li molti indizij che ne aveva la curia criminale, e seguito la condanna di esso per 7 anni di galera"
Condanna a morte per il furto di due candelieri al garzone e condanna a 7 anni per "indizi" di complicità all'ebreo. Giustizia è fatta!
OBBLIGATORIO FARE LA SPIA

Editto del S. Uffizio datato 4 maggio 1771, regnante Clemente XIV:
"Gli Eminentissimi signori Cardinali della Congregazione del Sant' Offizio, cioè Cavlalchini, Stoppani, Malvezzi, Carlo Rezzonico, de Rossi, Castelli, Colonna, Boschi, Pallavicini, Chigi e Torregiani, come generali Inquisitori della S.R. Chiesa, con Editto segnato li 10 ed emanato li 13 aprile caduto, ed affisso a' consueti luoghi, comandano con autorità apostolica a loro commessa, che qualunque persona di qualsivoglia stato, grado, condizione, dignità, così ecclesiastica come secolare debba, sotto pena di scomunica di lata sentenza, dentro il termine di un mese, rivelare a quel sagro supremo Tribunale tutti, e ciascuno di quelli dei quali sappiano, o abbiano avuto, o averanno notizia, che siano eretici, loro difensori, o aderenti, ed in qualche modo fautori dei Riti opposti alla S. Fede; Inoltre che abbiano patto espresso, o tacito col Demonio, facciano, s'ingeriscano in azioni superstiziose, sortilegi, magie, e simili cose diaboliche, e che tengano scritti, o libri eretici, o continenti tali superstizioni, o l'introducano, o li difendano, o li leggano ecc..., con molte altre clausole, e savi provvedimenti, che molto diffusamente si leggono in detto Editto."
Sarebbe curioso sapere come si fa a denunciare "Patti taciti" col Demonio!
GIUSTIZIA A CARNEVALE

Era uso "far giustizia" nel tempo del carnevale.
Mazzolare, squartare, impiccare qualche condannato a morter faceva parte del programma carnevalesco fin da tempi antichi. Si "conservavano" per l'occasione, le esecuzioni più importanti, cioè quelle ordinate a seguito di processi clamorosi.
Venivano presi i condannati a morte, portati in Piazza del Popolo su una carretta, con gran seguito di maschere e di sberleffi e per il popolo era gran gusto e motivo di giubilo assistere alle esecuzioni.
Altro spettacolo, sempre in tempo di carnevale, era quello del "cavalletto" a Piazza Navona.
Era fatto divieto alle prostitute, agli ebrei e ai preti, di venir sorpresi mascherati per la strada. Per questo il Bargello andava in giro, tra la folla, a caccia di prostitute mascherate, possibilmente le più in vista e culacciute. La pena per le poverette era di trenta nerbate nel di dietro e per il popolo uno spasso indicibile.
Le donne, denudate, erano costrette a correre per la via del Corso mentre il Bargello e i suoi aguzzini le colpivano con le verghe tra gli schiamazzi del popolo e delle maschere.
Il "cavalletto per esecuzioni simili era posto all'angolo fra via del Corso e via Tomacelli; nel 1636 fu fustigata in questo posto la famosa Cecca, detta la buffona e nei conti di un boia del secolo precedente si trova questa annotazione: Per aver frustata Joanna spagnola: juli 1 e bajocchi 5.
GIU' LE MANI!

Nella Basilica di S. Giovanni in Laterano erano venerati due reliquiari in forma di teste di S. Giovanni e S. Pietro, ricoperti di ogni genere di pietre preziose tra cui zafiri, balassi, diamanti, ametisti et perle, come racconta Stefano Infessura, cronista dell'epoca.
Nel 1348 a due prelati di nome Capocciola e Garofalo, venne la malaugurata idea di appropriarsi di qualcuna di quelle pietre con la complicità del canonico di san Giovanni, Nicola di Valmontone.
Mal gliene incolse; sentiamo dalla penna del cronista come andarono le cose:
[Nicola da Valmontone...] ... et lui iurava che non era vero e che non ne sapeva niente, et esso lo sapeva; da poi che fu saputa la verità et retrovate le pietre tutte foro riportate a Santo Joanni a dì 22 di agosto con tutta la processione di Roma e giron lo Senatore di Roma con tutti gli Offitiali, con tutto lo popolo et lo Senatore lesse la scomunica che fece Urbano V, lo quale pose lì quelle teste et ornolle con le ditte prete (pietre).
Dopo 12 giorni i ladri vennero ingabbiati in Campo de' Fiori:
[...] su in alto, et lì stéttonce dy quattro et dello ditto mese foro iustitiati in questo modo, vidlicet Capocciola et Garofalo furono strascinati perfino alla piazza di Santo Joanni et missere Nicolao giò a cavallo dello somaro, tutti immetriati, lo detto messer Nicola fo appeso nell'ormo della piazza di Santo Joanni, et Capocciola et Garofalo li foro mozze le mani ritte et poi foro arsi nella detta piazza, et le ditte mani foro chiavellate accanto alla lopa de metallo...
ESECUZIONE IN MASCHERA
Quando un condannato moriva in carcere, la sentenza si eseguiva sul cadavere, ma per evitare per quanto possibile questa evenienza, i condannati venivano trascinati sul patibolo anche se moribondi.
A questo scopo si impiegavano uomini in maschera, ma non semplicemente incappucciati bensì vestiti con maschere di Arlecchino, Pulcinella ecc.che aiutavano il boia nell'esecuzione.
MASTRO TITTA

l "Boia di Roma" ci ha lasciato un dettagliato elenco del suo lavoro: impiccaggioni, mazzolature, squartamenti, decapitazioni, per ben 516 "atti di giustizia" eseguiti dal 1796 al 1864.
Si chiamava Giambattista Bugatti, abitava a Borgo e la legge gli imponeva di non poter uscire dai confini del proprio rione. Oltre allo stipendio statale, riceveva tre soldi per ogni esecuzione, a compenso simbolico.
Fu boia per 68 anni.
Ci è descritto dall'Ademollo come un uomo "...bassotto, grasso, sbarbato, sempre pulito e netto della persona: portava cravatta bianca e scarpe scollate. Frequentava moltissimo le chiese(...) dal suo modo di agire sul palco traluceva non solamente la calma, ma anche l'indifferenza e quasi il piacere dell'azione. Ogni tanto anche in quei momenti tirava fuori la scatola e prendeva tabacco e vi è chi afferma gli accadesse talvolta di offrirne una presa ai condannati, per i quali il Bugatti rappresentava almeno la consolazione del boia pratico..."
Un "impiegato statale" modello, dunque, che si confessava e si comunicava ogni volta che per ragioni di lavoro doveva passare il ponte ed allontanarsi dal suo domicilio coatto.
Aveva adottato con entusiasmo la nuova "macchina tagliateste" venuta dalla Francia, la ghigliottina e ne aveva imparato così bene l'uso che in tre anni, dal 1810 al 1813, ci tagliò ben 56 teste.
La sua carriera finì nel 1864, oltre che per l'età avanzata, anche per un "incidente": la testa di un giustiziato, Antonio Ajetti, appesa su una picca come era uso, cadde tra il pubblico suscitando del panico tra la gente.
Il "Boja de Roma" fu messo in pensione e ne prese il posto il suo aiutante Vincenzo Balducci, fino al 1870.
SIA FATTA BBONISSIMA GIUSTIZIA

Anticamente la giustizia (si fa per dire) dei condannati a morte, si eseguiva in Castel S. Angelo o sul Campidoglio (Rupe Tarpea o Monte Caprino) persino sulla piazza antistante il Pantheon. Innocenzo VIII, predilesse invece la piazza di Ponte S. Angelo. Le pene capitali potevano essere eseguite tramite impiccagione, decapitazione, squartamento o mazzolatura che consisteva nel percuotere la testa di un condannato con una mazza fino a spappolargli il cervello.
Per fare più in fretta, spesso i condannati venivano "appiccati" direttamente dalle finestre o dalle mura del castello e restavano lì a penzolare, terribile ammonimento ai viandanti ed ai pellegrini.
I condannati che uscivano vivi dalle galere, dopo lunghe torture e malattie, venivano portati al patibolo anche moribondi, perché il popolo non poteva essere "deluso". Eccone un esempio:
Il 18 Marzo 1719 si doveva eseguire capitale sentenza sopra un giovane di 25 anni che, malgrado le torture subite, non voleva saperne di morire.
"Fu trascinato sopra una carretta perché si era indebolito; e dietro andavano due mascherati con maschere di Traccagnino et habito di Pulcinella, con girelle e corde per tirarlo sopra il patibolo, se bisognava; et arrivato alla scala, non potendola salire, l'aiutante gli metteva li piedi nelli piroli, et il boja lo tirava di sopra, essendo quasi morto, ma gettato dalla scala stentò infinitamente a morire, quasi che il popolo cominciava a tumultuare".
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