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CURIOSITÁ - DONNE NOTEVOLI |
LE PAPESSE
Si sa che la struttura del potere pontificio è strettamente maschile e maschilista, eppure nel Medio Evo le donne ebbero un ruolo spesso determinante nella storia della Chiesa.
Il fatto che donne dal carattere forte, "senatrici" appartenenti a potenti famiglie o meno imponessero il proprio pensiero e la propria liea politica, non poteva non farle considerare dai cronisti dell'epoca e non solo, come femmine terribili, pervertite, capaci di qualunque bassezza: "amazzoni dal carattere scellerato, tutte immerse nei piaceri del senso e del Sangue".
E' la "pornocrazia" delle "ree femmine bellissime, feroci e lascive" che la gente chiama "papesse"; non l'equivalente femminile del papa ma la favorita di turno, la consorte morganatica, la madre dei suoi figli.
Non a caso è proprio fra il X e l'XI secolo nasce la leggenda della Papessa Giovanna, quando Roma fu alla mercè di Teodora e di sua figlia Marozia. Ma la potenza di queste donne non derivò dal loro fascino seduttivo quanto piuttosto dal loro forte senso della politica, dalla loro determinazione a vincere nel gioco del potere ed infine da un effettivo vuoto di governo dei papi.
LA PAPESSA GIOVANNA

Prima di inoltralci nella leggenda, nei suoi motivi, nelle sue variazioni, sentiamo come ce la racconta il Belli.
Fu pproprio donna. Buttò via 'r zinale
prima de tutto e ss'ingaggiò sordato;
doppo se fece prete, poi prelato,
e ppoi vescovo, e ar fine cardinale.
E quanno er papa maschio stiede male,
e morze, c'è chi dice, avvelenato,
fu ffatto papa lei, e straportato
a San Giuvanni su in zedia papale.
Ma qua se sciorze er nodo a la commedia;
ché ssanbruto, je presero le doje,
e sficò un pupo lì ssopra la ssedia.
Da allora st'antra ssedia ce fu messa
pe ttastà ssotto er zito de le voje
si er Pontefice sii Papa o Ppapessa.
Le prime fonti che parlano della papessa Giovanna risalgono all' XI secolo: Mariano Scoto nel Chronicon segnala in due righe che a Leone IV "successe Giovanna, una donna, per due anni, cinque mesi e quattro giorni". Il benedettino francese Siegberto di Gemboloux nella Chronologia e un altro benedettino, Goffredo da Viterbo, si limitano a riprendere il fatto.
Nella Chronica universalis Mettensis attribuita a Giovanni de Mailly (1250) la descrizione si fa più dettagliata: "Da verificare su un certo papa o piuttosto papessa, perché era femmina, simulando di essere uomo, divenuto notaio di Curia per acutezza d'ingegno, quindi cardinale e infine papa. Un giorno memtre saliva a cavallo, partorì un fanciullo e subito la giustizia romana, legatigli i piedi alla coda di un cavallo, lo trascinò e fu lapidato dal popolo per mezza lega e, dove morì fu sepolto e l' venne scritto: "Pietro, Padre dei Padri, Palesa il Parto della Papessa".
Un'enigmatica frase con 6 P.
Non viene precisato il nome della papessa. Ci penserà un domenicano, il cardinale Martino Polono nel 1227 a battezzarla; nel suo Chronicon precisa che dopo Leone IV (855) salì al trono Giovanni Anglico di Magonza e vi restò per due anni e mezzo e che questo papa non viene conteggiato nell'elenco ufficiale dei papi perché "hic, ut asseritur, foemina fuit.
Esiste anche un'altra versione della storia, con un finale diverso secondo il quale la papessa non fu giustiziata ma "subito deposta, vestì l'abito monacale vivendo in penitenza finché suo figlio divenne vescovo di Ostia. Sentendosi poi vicina alla morte, ordinò che il suo corpo fosse sepolto dove aveva partorito. Ma suo figlio non lo permise e, trasportato il suo corpo ad Ostia, lo tumulò con onore in una chiesa."
La storia
A metà del IX secolo una donna di origine inglese ma nata nella città tedesca di Magonza, si traveste da uomo, va ad Atene dove diventa dottissima specialmente in Teologia e dopo qualche anno si trasferisce a Roma.
In abiti talari, è ritenuta da tutti un prelato e come tale sale i gradini della gerarchia curiale distinguendosi per dottrina e per virtù.
Morto il papa (la tradizione propende per Leone IV) nell'855, viene eletta papa assumendo il nome di Giovanni; resta due anni e mezzo sul trono di Pietro, poi lo scandalo: il "papa" è incinta.
Evidentemente tutt'altro che virtuosa come dava a vedere, la papessa era rimasta incinta "di un famigliare" ed è presa dalle doglie nel bel mezzo del corteo che va da San Pietro al Laterano, durante una processione.
La strada dello scandalo, dove la papessa sarebbe morta nel
dare alla luce il figlio, assunse il nome di Vicus papissae e all'angolo dei SS. Quattro un misterioso sacello avrebbe tramandato memoria del fatto. Questo, secondo la voce popolare.
Il Vicus era una via laterale della via Maior dove passava il corteo pontificio e qulsiasi processione che andava da San Pietro al Laterano. Ai primi del '200 il tragitto venne deviato su via Merulana dando credito alla leggenda. Ma sarà poi una leggenda?
A margine di questa storia bisogna accennare che da allora in poi leggenda vuole che tutti i papi venissero fatti sedere, dopo l'elezione, sulla "sedia stercoraria" (vedi Sedia stercoraria) per accertarne il sesso.
OLIMPIA MAIDALCHINI PAMPHILJ
La "Pimpaccia"

Cognata di Innocenzo X ed artefice della sua ascesa al soglio, Donna Olimpia Phamphilj, nata Olimpia Maidalchini, per il popolo La Pimpaccia de Piazza Navona o la "papessa", si fece costruire dal papa cognato (i maligni dicono amante) il fastoso palazzo di Piazza Navona.
Donna avida e di sfrenata ambizione, Olimpia "regnò" sulla Roma del '600 durante il pontificato di Innocenzo X (rimando al settore "Pasquinate") dedicando le proprie energie ad aumentare il lustro e il potere dei Pamphilj e accumulando favolose ricchezze con mezzi spregiudicati.
Dicono le storie che, arrivata la notizia di Innocenzo ormai in fin di vita, si sia precipitata nei suoi appartamenti come una furia arrivando a trafugare due casse d'oro da sotto il letto del pontefice morente.
Il cadavere del papa restò sul letto per veri giorni perché nessuno si prese la cura di seppellirlo, e quando dalla Curia fu fatta a Donna olimpia la richiesta di provvedere alla sepoltura, lei rispose di non averne le possibilità perché era una "povera vedova".
Il successore di Innocenzo, Alessandro VII, la cacciò da Roma seguendo i desideri del popolo che la odiava. La fece processare per appropriazione indebita e fu condannata a restituire tutto quanto aveva sottratto allo Stato, ma Olimpia anche stavolta la fece franca: morì poco dopo di peste nella sua villa di San Martino al Cimino.
TEODORA E MAROZIA
Marozia
La "menade furibonda" Teodora, moglie di Teofilatto, l'uomo che assommava in sé le più alte cariche laiche di Roma, membro di una famiglia di antichissima nobiltà, venne definita da Liutprando "sgualdrina svergognata" e "impudentissima meretrice".
Fu in realtà un'intelligenza politica abile, priva di scrupoli, intrigante e spregiudicata quanto i tempi richiedevano, per portare a compimento i suoi piani.
Fu lei a spingere sua figlia Marozia di soli 14 anni, nel letto di papa Sergio III nel 904 perché concepisse da lui un figlio.
Un figlio che a sua volta, un giorno, sarà papa.
Regnò su Roma al posto dei successori di Sergio III, Anastasio III e Landone, dal 911 al 914 e riuscì a far eleggere papa il proprio giovane amante col nome di Giovanni X.
Secondo Liutprando, Teodora lo fece eleggere per farci l'amore un po' più spesso in quanto lui era arcivescovo di Ravenna e i contatti erano un pò troppo radi.... Ma più probabilmente Giovanni X rientrava nei piani strategici che miravano al recupero di beni territoriali poi finiti nelle mani di Teofilatto.
Morto Teofilatto, il matrimonio di Marozia con Alberico Marchese di Camerino fece parte di questa strategia; Alberico, incitato da Marozia, tentò di appropriarsi dei beni della Chiesa ma ne fu impedito da Rodolfo l'Ungaro chiamato da Giovanni X, ora divenuto avversario, che si offrì di incoronarlo imperatore.
Morto Alberico, Marozia si risposò con Guido di Toscana e riuscì a sconfiggere l'Ungaro.
La via di Roma e della vendetta erano libere: Giovanni X venne imprigionato a Castel Sant'Angelo e strangolato dallo stesso Guido.
Marozia ormai padrona di Roma, si fa chiamare senatrix et patricia.
Domina e governa la città mentre i papi inetti che si susseguono non hanno la forza di opporsi anche perché creati da lei stessa.
Anche Guido morì, come Dio volle, e Marozia portò il figlio avuto da Sergio III sul soglio pontificio: prima "Sponsa Christi" ora Mater Christi.
Non ancora sazia di potere, Marozia si sposò per la terza volta con Ugo di Provenza re d'Italia, fratello del secondo marito Guido quindi suo cognato. Per rendere legittomo il matrimonio, vietato dalla parentela, si falsificarono le carte e si arrivò ad accecare l'altro fratello, Lamberto di Toscana, che spergiurava sulla fratellanza.
Fu lo stesso pontefice Giovanni XI, figlio di Marozia, a benedire l'unione della madre con Ugo.
Marozia è finalmente regina d'Italia.
Ma non le bastava: le mancava il titolo imperiale. Saltò fuori un incomodo inatteso: l'altro figlio Alberico che non aveva mai digerito il matrimonio di sua madre con Ugo.
Alberico incitò il popolo alla rivolta ed Ugo optò per una inelegante fuga dalla città lasciando Marozia al suo destino.
Alberico non la uccise (anche se, visti i tempi nessuno gliene avrebbe fatto una colpa) ma la rinchiuse in un monastero dove Marozia morirà nel 936.
MATILDE DI CANOSSA

Matilde, figlia del duca e marchese di Toscana Bonifacio e di Beatrice di Lorena, aveva sposato a 15 anni Goffredo III il Gobbo duca di Lorena, vecchio e deforme, figlio del suo patrigno Goffredo II il Barbuto, con la clausola matrimoniale di "non consumazione" e voto di castità.
Lo lasciò nel 1071 per motivi politici adducendo l'impedimento canonico del legame di parentela.
Nel 1089 passò a seconde nozze con il ventenne Guelfo, figlio di Guelfo di Baviera.
Divenne unica erede di un enorme territorio che spaziava dalla Toscana al Nord Italia.
Ostile all'impero, si associò subito alla politica della chiesa, avendo tra l'altro intrecciato una grande amicizia con Ildebrando, futuro papa Gregorio VII.
Insieme alla madre si trasferì a Roma divenendo consigliera del papa, tanto che il popolo le definiva "Il senato delle femminelle" e le chiacchiere su questo legame non tardarono a circolare.
Quando Gregorio, minacciato da Enrico IV, si sentì in pericolo, Matilde lo accolse nel suo castello di Canossa.
Matilde fu streuna alleata del papato, in campo militarte e politico combattendo anche in prima persona, sia vivente Ildebrando, sia al fianco dei suoi successori.
Infatti alla morte di Ildebrando spinse per l'elezione dell'abate di Montecassino Desiderio che, pur recalcitrante, diventa papa con il nome di Vittore III, incitandolo a prendere possesso della Cattedra di Pietro.
Vittore, dopo molti tentennamenti andò a Roma per scomunicare l'antipapa Clemente III, ma non riuscì a fare molto di più perché muorì poco dopo.
Venne eletto Urbano II e Matilde dovette affrontare lo scontro militare contro Enrico IV che scese in Italia e venne sconfitto proprio a Canossa.
Enrico IV morì ormai abbandonato da tutti in un convento, Matilde morirà 9 anni dopo, insignita da Enrico V del titolo di viceregina della Liguria.
Lasciò tutti i suoi beni alla Chiesa e questo sarà ulteriore motivo del contendere tra l'impero e il papato per gli anni a venire.
Matilde è una delle tre donne, insieme alla regina Cristina di Svezia e alla regina di Polonia Clementina Sobiesky, ad aver avuto l'onore di essere sepolta in San Pietro.
AGELTRUDE
Una vera papessa fu Ageltrude, moglie di Guido da Spoleto, del quale favorì l'ascesa fino al titolo imperiale.
Purtroppo per lei, Guido morì prima che il papa Formoso riuscisse a consacrarlo.
Allora Ageltrude candidò il figlio Lamberto, ma Formoso gli preferì Arnolfo di Baviera.
Mal gliene incolse! Non appena partito Arnolfo, papa Formoso fu avvelenato.
Il successore, Stefano VI, dovette piegarsi ai voleri di Ageltrude ed incoronare Lamberto, ma la sete di vendetta dell'imperatrice-madre non era soddisfatta e indusse papa Stefano ad intentare un macabro processo al cadavere di Formoso.
Le spoglie del papa furono disseppellite, rivestite dei paramenti papali e poste sul trono.
Al cadavere furono amputate le due dita benedicenti ed iniziò la macabra farsa del processo.
Naturalmente "l'imputato" risultò colpevole e i resti del cadavere, ritenuti indegni di sepoltura, furono gettati nel Tevere.
Un'anima pietosa riuscì a recuperare la salma e le diede cristiana sepoltura.
VANNOZZA CATANEI

Sarebbe rimasta sconosciuta alla storia se non fosse stata la moglie morganatica di Alessandro VI Borgia al quale diede 4 figli.
Una lapide scarsamente leggibile perché scalpellata, che si trova nell'atrio della chiesa di S. Marco ci dice di lei quanto segue:
"A Vannozza Catanei, nobilitata dai suoi figli i duchi Cesare di Valenza, Juan de Gandia, Jofred di Squillace e Lucrezia di Ferrara. Alla donna altamente illustre al tempo stesso per l'onestà, la pietà, l'età e la saggezza sua, e tanto benemerita dell'ospedale lateranense, pose Jeronimo Pico, fido commissario ed esecutore testamentario.
Visse anni 77, mesi 4, giorni 13. Morì nell'anno 1518 il 26 novembre."
La lapide fu ritrovata, messa a rovescio, durante un restauro della pavimentazione della chiesa.
La tomba di Vannozza era accando a quella di suo figlio Juan de Borja, duca di Gandia, fatto assassinare da suo fratello Cesare, il cui corpo fu gettato nel Tevere e poi recuperato.
Vanozza era una donna maritata, anzi per la precisione di mariti ne ebbe tre, tutti e tre imposti da papa Alessandro VI "per salvare le apparenze": Domenico d'Arignano, Giorgio de Croce e Carlo Canale.
Pare che Vannozza da giovane fosse una bellissima donna e non seppe resistere al fascino seduttore di papa Borgia del quale restò amante per ben vent'anni.
Quando si conobbero, Rodrigo era già stato nominato cardinale da suo zio Callisto III Borgia, a soli 25 anni. Abitava in un sontuoso palazzo che si era fatto costruire nel rione Ponte, palazzo che cedette al cardinale Ascanio Sforza in cambio del suo appoggio alla nomina papale. Vannozza con i figli era stata sistemata in una bella casa vicina con orto e vigna e appena arrivava il caldo si trasferivano tutti al castello di Nepi o a Subiaco.
Con la nascita dell'ultima figlia Lucrezia, la relazione tra il papa e Vannozza finì, ma Alessandro VI, pur attratto da altre donne, non mancò mai di prestare le massime cure e attenzioni alla sua "famigliola".

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